Editoriali dell'Associazione "Diritti Civili"
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Dott.ssa Claudia tosello |
LE REAZIONI DEI GENITORI E DEI FIGLI
ALLA SEPARAZIONE E AL DIVORZIOIntorno alla metà del secolo scorso la società umana, con particolare riferimento a quella occidentale, produsse notevoli cambiamenti nei valori e nelle dinamiche che sino a quel momento ne caratterizzavano l’essenza. I ruoli dell’uomo e della donna, mantenutisi pressoché invariati attraverso i secoli, subirono in pochi anni un’evoluzione drastica ed i loro rapporti ne risultarono influenzati di conseguenza.
Sino ad allora ognuno si sentiva realizzato attraverso il raggiungimento di un ruolo personale ben definito nella società: l’uomo era colui che si occupava del sostentamento e della sicurezza della famiglia e la donna dell’accudimento del focolare e della prole. Il perno attorno al quale si costruivano le singole esistenze rimaneva comunque la costruzione di un nucleo familiare legittimato dall’istituzione del matrimonio. L’unione coniugale rappresentava sia sotto il profilo civile che religioso un fondamento indispensabile nella vita di tutti i soggetti adeguatamente inseriti nella società.
Il movimento femminista fece emergere nuove consapevolezze nella popolazione femminile e diede impulso a scelte personali che sovvertirono le priorità consolidate dal tempo. Gradualmente le donne si dedicarono ad una realizzazione personale che non fosse esclusivamente collegata al matrimonio, iniziando ad investire nella propria istruzione e nel lavoro. Di conseguenza anche gli uomini dovettero confrontarsi con una realtà in mutamento, cercando un adattamento alla nuova condizione, imparando ad interagire con un mondo di donne non più dedite solamente alla famiglia, ma impegnate a destreggiarsi su diversi fronti.
Naturalmente non fu soltanto il cambiamento delle donne ad incidere sull’evoluzione dei rapporti interpersonali: l’intera società poco per volta iniziò a considerare diversamente le priorità riguardanti la realizzazione personale e la possibilità di rompere schemi sino ad allora considerati statici ed immutabili.
Oggi la popolazione giovanile risente ovviamente di questi elementi concreti, infatti il tempo dedicato allo studio ed alla propria realizzazione professionale allunga i tempi per il coronamento delle aspettative legate al mondo affettivo.
Per avere una panoramica completa occorre altresì considerare un sottile sentimento di timore riguardo a quelle che vengono viste tuttora come scelte irreversibili, prima tra tutte il matrimonio. Molti giovani sembrano dunque pervasi dalla cosiddetta “cultura della reversibilità”, che li porta a procrastinare il momento nel quale impegnarsi definitivamente con scelte definitive come il matrimonio o la procreazione.
Le relazioni sono vissute in quanto portatrici di benessere e di crescita, infatti secondo Francescato (1994) l’uomo moderno necessita di “relazioni pure che, non più determinate o influenzate da fattori esterni come in passato, sussistano per se stesse, per ciò che il legame può dare. Il rapporto di coppia, quindi, non può dipendere da criteri esterni, come legami di sangue, doveri sociali e obblighi tradizionali. Le relazioni pure sono basate sullo scambio reciproco, sull’impegno, sull’intimità, sulla continua riflessione critica riguardo alla qualità del rapporto, sulla fiducia e sulla crescita comune.” La possibilità di vivere i rapporti interpersonali in questa nuova dimensione dipende anche dalle migliori condizioni di vita ottenute, infatti è nei periodi di incertezza e di difficoltà che la popolazione ha più bisogno della stabilità che deriva dalle norme fisse della tradizione.
Contemporaneamente a queste grandi trasformazioni socio-culturali, o probabilmente anche in conseguenza ad esse, venne introdotto il divorzio con la legge 898 del 1970 poi confermato con il referendum del 1974.
Si trattò sicuramente di un notevole cambiamento rispetto al concetto di impegno indissolubile da sempre associato all’istituzione del matrimonio: permane l’intenzione dei contraenti di impegnarsi per la vita a costruire una famiglia, ma rispetto a prima viene contemplata la possibilità di interrompere la relazione da parte di uno o entrambi i soggetti qualora si manifestino condizioni di conflitto o incompatibilità tali da non consentire il proseguimento della relazione coniugale.
Naturalmente si tratta di un processo lungo e complesso, attraverso il quale transitano tutti i componenti della famiglia e che prevede la presenza di fasi successive che conducono alla rottura e alla separazione. Ognuno dei familiari affronta questo percorso in modo diverso, ma sia i genitori che i figli manifestano reazioni significative che si intrecciano e si influenzano tra loro.
Innanzitutto c’è un sostanziale cambiamento nelle forze che agiscono all’interno del nucleo familiare: il matrimonio felice è simbolo di unione ed è rappresentato dall’azione di una forza centripeta che tende a mantenere l’unità del nucleo rispetto alle dinamiche esterne. Gradualmente, nel processo di rottura, si osserva il cambiamento della forza motrice che da centripeta diventa centrifuga, in quanto i componenti della famiglia tendono ad allontanarsi e a dare priorità al loro benessere personale. Coloro che sino a poco prima erano compagni di viaggio diventano estranei o addirittura nemici e dunque la loro serenità non è più un elemento primario della propria vita.
Come ho accennato in precedenza la rottura di un rapporto importante come il matrimonio prevede un processo molto lungo e travagliato, che passa attraverso fasi diverse che conducono alla rottura definitiva. L’armonia coniugale infatti si incrina molto prima della reale separazione: gradualmente si accentuano i contrasti, le comunicazioni non risultano più chiare e si producono incomprensioni sempre più incolmabili. I ruoli tra i coniugi si ridefiniscono quando finalmente i conflitti risultano manifesti e ognuno si insedia nella nuova realtà, accettando i nuovi confini personali e patrimoniali. Purtroppo solo in alcuni casi si riesce a mantenere un rapporto privo di eccessiva conflittualità; nella maggior parte delle separazioni la tensione si mantiene anche dopo la rottura, risultando fonte di dissidi permanenti e profondi.
Tutti coloro che sono coinvolti in questo processo affrontano in modo diverso le conseguenze emotive ad esso correlate. Tra i coniugi molto dipende dal fatto di aver preso o subìto la decisione di separarsi. Anche nelle separazioni consensuali, apparentemente meno conflittuali, infatti non si giunge mai contemporaneamente alla stessa decisione e uno dei due accetta comunque la volontà dell’altro.
Chi si fa promotore della frattura ha avuto la possibilità di maturare la decisione autonomamente, manifestando nel tempo sintomi di malessere, ma nel rispetto dei suoi ritmi personali. In questo caso dunque si ha il vantaggio della scelta del momento, con l’emergere di una fantasia relativa al futuro che si contrappone alla sensazione di aver distrutto qualcosa di importante e del quale ci si sente responsabili. Il coniuge “attivo” appare molto concentrato su di sé in un atteggiamento profondamente narcisistico, che lo porta a percepire sentimenti di idealizzazione e di entusiasmo onnipotente. Di solito è in un secondo momento che affiorano le reazioni più negative, come la consapevolezza del dolore e del distacco, la sensazione di ansia e di perdita del legame affettivo e del riconoscimento sociale ed in ultimo le incertezze legate alla decisione presa.
Il coniuge che subisce la decisione invece percepisce emozioni prevalentemente legate alla perdita: emergono dunque sentimenti di angoscia, dolore e paura, seguiti da un forte senso di rabbia che spesso conduce alla rivalsa. Nella maggior parte dei casi inoltre la separazione non è soltanto un evento affettivo, ma riguarda anche la sensazione di perdita di un riconoscimento sociale ed economico sino a quel momento considerato come parte integrante della propria esistenza. In ultimo rappresenta anche un fallimento personale rispetto alla progettualità relativa alla qualità della vita futura..
Tutti questi elementi producono un’aggressività che si rivolge da un lato verso l’esterno, quindi chi abbandona si trasforma da oggetto d’amore in nemico persecutore, dall’altro è rivolta contro se stessi, dando origine ad atteggiamenti di rabbia che purtroppo però non sempre conducono ad una maggiore consapevolezza del proprio atteggiamento.
In ogni caso occorre tenere presente che le reazioni emotive legate a questo evento traumatico sono comunque dipendenti dalle proprie storie personali, dalle esperienze infantili, dalle relazioni esperite con i propri genitori e dalle realtà vissute in passato. Di conseguenza, qualora si siano vissute relazioni adeguate e soddisfacenti, si osserverà un processo maturo di elaborazione del lutto ed un’idonea capacità reattiva che costituirà le basi per la ricostruzione.
Inoltre anche la propria struttura di personalità influenza la capacità di affrontare gli eventi destabilizzanti. Negli adulti che hanno costruito una personalità forte ed un io sufficientemente strutturato il processo di elaborazione trasforma il dolore iniziale in accettazione, conservando la capacità di mantenere un buon ricordo interiore dell’oggetto perduto e di creare successivamente buone relazioni con altri oggetti. La sofferenza diventa così un mezzo di crescita personale non deteriorando la possibilità di instaurare in futuro rapporti soddisfacenti e maturi. Questo atteggiamento positivo si riflette anche sul rapporto con i figli, che non sono costretti ad assistere alla distruzione d’immagine di una delle figure genitoriali.
Purtroppo non tutti hanno strutturato un io sufficientemente forte da riuscire ad affrontare in modo costruttivo la rottura con il proprio oggetto d’amore. In questi casi si possono osservare meccanismi difensivi paranoidi, con scissioni o proiezioni che inevitabilmente conducono a comportamenti mirati alla distruzione del partner che ora rappresenta il nemico. Questo atteggiamento negativo spesso porta al coinvolgimento dei figli, che vengono utilizzati come elemento compensatorio dell’abbandono subito dal coniuge.
Come già accennato, il processo della separazione nel suo evolversi non coinvolge dunque soltanto i coniugi che ne sono gli attori principali. A differenza degli adulti, i bambini non vivono solitamente in modo diretto gli eventi concreti, ma ciò non toglie che ne assorbano profondamente gli effetti devastanti.
In un contesto familiare tradizionale esistono sentimenti che contribuiscono alla creazione della personalità dei bambini presenti al suo interno: famiglie armoniose e dinamiche consentono la formazione di legami adeguati e sicuri, mentre famiglie conflittuali e con difficoltà relazionali sono spesso correlate a problemi emotivi e comportamentali. Ne risulta che “è più deleterio per la salute psichica del minore vivere in una famiglia legalmente intatta, ma conflittuale, rispetto ad una famiglia separata ma sufficientemente stabile e serena. Inoltre, risulta importantissimo per il minore, il tipo e la qualità delle interazioni che si vanno strutturando tra i vari membri della famiglia, a separazione avvenuta, che non la separazione in sé” (Cigoli, 1997).
Secondo il dott. Grimaldi, neuropsichiatra infantile, esistono tre fattori fondamentali per un idoneo sviluppo infantile: la continuità, la prevedibilità e l’affidabilità.
Per continuità si intende la possibilità da parte del bambino di poter contare su solidi punti di riferimento riguardanti gli aspetti concreti della sua vita, ad esempio orari precisi dei pasti e del sonno, ed una casa dove abitare che venga riconosciuta come tale. La prevedibilità consente al bambino di percepire un domani simile all’oggi in una sequenza ritmica che gli permette di sviluppare la capacità di controllo su quello che gli accade intorno. In ultimo l’affidabilità delle relazioni riguarda la presenza di rapporti solidi e continuativi ed è fondamentale per consentirgli di sviluppare rapporti attuali e futuri che siano soddisfacenti e dinamici.
Come si può notare sono elementi indipendenti dall’esistenza di una famiglia legalmente unita, ma che devono esistere comunque in un rapporto genitoriale adeguato affinché il bambino possa avere basi solide per costruire adeguatamente la propria personalità.
Data la forte sensibilità dei minori agli eventi che li circondano, il disgregamento del loro contesto familiare, purtroppo spesso accompagnato da agiti aggressivi o di rivalsa, costituisce un forte elemento destabilizzante nel loro percorso di crescita. Per il bambino infatti, specialmente in tenera età, risulta spesso difficile distinguere le proprie relazioni con i genitori rispetto a quelle intercorrenti tra i due adulti. Di conseguenza, siccome già in condizioni di tranquillità familiare egli non accetta pienamente la relazione coniugale dei genitori e inconsciamente agisce per distruggerla, quando questo avvenimento sopraggiunge realmente, emerge un forte senso di colpa conseguente alla convinzione di essere lui stesso la causa degli eventi che stanno distruggendo la sua famiglia: si sente al centro del conflitto e si autocolpevolizza. Spesso inoltre affiora la convinzione di non aver amato abbastanza i propri genitori da impedirne l’allontanamento.
La rottura del rapporto di coppia, assorbendo completamente i due genitori, produce diverse modalità di reazione. A volte gli stessi, non potendosi concentrare sul bambino, lasciano un forte senso di vuoto e creano spazio all’insorgere dell’angoscia. Altrimenti viene concentrata, in modo compensatorio, un’eccessiva attenzione nei confronti del minore che, spesso, è indotto ad aderire acriticamente alla posizione del genitore che percepisce come dominante per potersi assicurare una continuità di accadimento. Vi è ancora la possibilità da parte del bambino di provare sentimenti di rassicurazione verso il genitore percepito come vittima della separazione: in questo caso si rileva una sorta di inversione di ruolo nella quale il bambino assume un ruolo protettivo nei confronti del genitore debole, sentendosi in dovere di proteggerlo dall’altro che percepisce come sovrastante.
In ogni caso, per tamponare l’insorgere di sentimenti negativi, è importante parlare più possibile con i figli. Solo raccontando loro la verità infatti li si mette in condizione di conoscere quello che sta accadendo, non lasciandoli in una situazione sconosciuta difficile da affrontare.
Secondo una teoria interessante della dott.ssa Ross, la separazione viene vissuta dal bambino attraverso fasi successive molto simili a quelle che si provano successivamente alla perdita di una persona cara.
Esistono dunque cinque stadi di dolore legato al lutto: il primo stadio è quello della negazione, durante la quale il bambino rifiuta di accettare il divorzio dei genitori arrivando a negare la realtà della separazione.
Il secondo stadio è quello della rabbia, sentimento che il bambino prova nei confronti di coloro che lo circondano e persino verso se stesso, considerando sia gli altri che se stesso come la causa della rottura.
Il terzo stadio viene denominato della negoziazione e prevede un tentativo di manipolazione dei genitori da parte del bambino attraverso un cambiamento positivo o negativo del comportamento.
Il quarto stadio è quello della depressione, in questo caso i bambini più sensibili spesso manifestano apatia e risultano più propensi allo sviluppo di sentimenti di abbandono e di paura.
L’ultimo stadio è quello dell’accettazione, nel quale è possibile con il tempo adattarsi alla nuova situazione, ma che non è raggiungibile se prima non si è transitati attraverso gli stadi precedenti.
Il processo della separazione innesca sintomi differenti anche in relazione all’età dei minori coinvolti. Nei bambini più piccoli essi possono essere di tipo somatico come disturbi nel ritmo sonno-veglia, problemi respiratori come l’asma, problemi dermatologici come orticarie e simili. Oppure possono manifestarsi attraverso regressioni comportamentali quali il bisogno di succhiarsi il pollice, la presenza di pianti immotivati o episodi di aggressività improvvisa, incapacità di controllo dell’attività degli sfinteri precedentemente acquisito o compulsione a toccarsi i capelli.
Nei soggetti più grandi sino ai sei anni invece la sintomatologia assume caratteristiche più nevrotiche e meno regressive. Spesso la convinzione di essere la causa della frattura dell’unione coniugale dei propri genitori porta a considerarsi come persone cattive e conduce alla creazione di un’immagine negativa di sé. In questi casi il sentimento prevalente è quello della rabbia che si traduce in comportamenti aggressivi diffusi e manifestazioni contro se stessi e gli altri, siano essi persone o animali.
Nell’età scolare la consapevolezza della separazione è più completa e i bambini reagiscono con sentimenti di dolore, tristezza e di rabbia. A differenza però di quelli più piccoli essi sono maggiormente consci della loro collera che di conseguenza è più organizzata e diretta verso un obiettivo preciso che può essere la madre o il padre. In alcuni casi emergono anche sintomi psicosomatici, con dolori alla testa, crampi diffusi o problemi legati al sistema digestivo, a quello respiratorio e dermatologico. Naturalmente spesso emergono difficoltà di apprendimento e di rendimento scolastico.
In ultimo durante l’adolescenza vi possono essere reazioni diametralmente opposte: in alcuni casi il conflitto aumenta il proprio senso di responsabilità che accelera il processo di crescita, in altri produce comportamenti regressivi che tendono all’isolamento. In ogni caso risulta importante il grado di autonomia raggiunto dal soggetto al momento dell’esplicitazione della rottura e la presenza di un’interiorizzazione sufficientemente buona dei legami parentali costruiti sin dall’infanzia.
Inoltre la presenza di investimenti affettivi significativi al di fuori della famiglia porta ad un maggior distaccamento dalle dinamiche interne, mentre nei ragazzi più coinvolti emotivamente dalla famiglia e con poche relazioni esterne si possono manifestare sintomi ipocondriaci, antisociali, depressivi o aggressivi anche con lo scopo di attirare l’attenzione dei genitori. Tra l’altro questi ultimi a volte, considerandoli già adulti, si confidano con loro e li caricano di responsabilità che non dovrebbero riguardarli. E’ un grande errore, infatti, confondere la chiarezza con la strumentalizzazione dei propri figli qualsiasi sia la loro età.
In un momento così difficile risulta fondamentale comunque sia per i genitori che per i figli sperimentare la sofferenza, riconoscerla ed elaborarla, provando a trovare, prima di tutto all’interno di se stessi, le risorse reattive. Nel caso in cui il dolore conseguente alla separazione si dovesse rivelare così significativo da non permettere un recupero autonomo dell’equilibrio personale, è importante rivolgersi a coloro che possono fornire gli strumenti per affrontare la situazione. In questi casi infatti, impegnarsi in un percorso individuale di elaborazione, con l’aiuto di personale altamente qualificato nell’ambito della psicologia forense e della psicoterapia, rappresenta una grande opportunità di trasformare un momento drammatico della propria vita in un’occasione di crescita e cambiamento di se stessi.
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